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sabato 21 gennaio 2017

Un monumento postumo - The Opposite of Loneliness, Marina Keegan


We don’t have a word for the opposite of loneliness, but if we did, I could say that’s what I want in life.
Marina Keegan, The Opposite of Loneliness

Basta leggere la quarta di copertina per sapere cosa aspettarsi da questo libro.
La prima cosa che ci dice è che Marina Keegan, autrice del libro, è stata la migliore laureata a Yale del suo anno e che è spettato a lei l’onore di tenere un discorso, The Opposite of Loneliness, davanti ai suoi compagni. La seconda cosa che ci dicono è che è morta pochi giorni dopo la laurea.
Il libro è una raccolta dei suoi racconti e dei suoi articoli, raccolti e scelti dai suoi genitori con l’aiuto di insegnanti ed amici.
Il libro è ciò che sembra: una sorta di monumento alla figura della scrittrice, una ragazza senza dubbio brillante e con un brillante futuro davanti a sé. E di questo non dubito.
Ma basta questo a fare un buon libro?
Se l’autrice non fosse malauguratamente morta così giovane, il libro sarabbe stato pubblicato in questo modo? E soprattutto, avremmo avuto l’impulso di leggerlo?
Escludiamo tutte le introduzioni e le postfazioni (neppure un’edizione critica dell'Ulisse richiederebbe un simile supporto critico alle spalle) e discutiamo le tre diverse tipologie di opere che ci propone il libro.


The Opposite of Loneliness

La prima cosa che leggiamo di Marina è il suo discorso, lo stesso discorso che l’ha resa famosa anche al di fuori della sua università.The Opposite of Loneliness ha tutto ciò che deve avere il discorso di un valedictorian: è ottimista, fa ragionare, crea empatia con gli ascoltatori. E’ innegabile che la ragazza sapesse parlare bene!
Nel discorso lei discute di cosa significhi far parte di una comunità, come può esserlo un campus universitario e di quanto quegli anni passati a Yale siano stati importanti per lei soprattutto alla luce delle persone conosciute.
E’ bello, e importante, questo desiderio di creare una comunità e non è difficile capire perché abbia avuto tanto successo.
Il linguaggio usato è piano ma non banale. Come suggerisce una sua insegnante nell’introduzione, uno dei pregi di questa scrittrice è che scrive come una della sua età. Sebbene usi un linguaggio ricercato e una sintassi corretta, al lettore risulta scorrevole e naturale, al contrario di alcune prose artificiose che occhieggiano ai romanzi ottocenteschi.
The Opposite of Loneliness ha la forza necessaria a far arrivare le parole dell’autrice oltre i muri della sua università.

I racconti


Costituiscono forse la parte più corposa del libro.
I racconti hanno molto in comune tra loro, delineano già uno stile abbastanza preciso. Sono quasi tutti ambientati in luoghi comuni, popolati da persone comuni che vivono situazioni comuni. L’intento realista ben si sposa con il linguaggio utilizzato sia dal narratore che dai personaggi.
Le storie sono interessanti, alcune di più altre di meno a seconda del gusto.
Ho trovato particolarmente interessanti due racconti.
Il primo, Reading Aloud, ha una trama e dei personaggi quanto meno singolari. Anna è un ex ballerina in pensione che, annoiata in una casa vuota col marito sempre al lavoro, si dedica ad un’attività di volontariato: legge a voce alta per i ciechi. O meglio, per un cieco, visto che la maggior parte del suo tempo viene dedicato a Sam, un uomo di bell’aspetto che asseconda le sue fisime da ipocondriaca. E forse a causa del disinteresse del marito, Anna comincia a sviluppare una piccola perversione: mentre legge a Sam comincia a spogliarsi fino a rimanere nuda di fronte a lui.
Con premesse simili ha sicuramente catturato il mio interesse l’ho letto tutto d’un fiato fino alla fine. E no, non delude sul finale.
L’altro racconto che voglio segnalare è Hail, Full of Grace. La protagonista torna nel suo paesino per Natale dove ritrova la famiglia, il migliore amico e, suo malgrado, la sua vecchia fiamma. Questa volta però è diverso perché con lei c’è Emma, la neonata che ha appena adottato e che presenterà per la prima volta alla propria famiglia. Il racconto è incentrato per metà sul passato della protagonista e su ciò che le è accaduto e per metà sulle sue paure riguardanti il futuro e l’onere di crescere una bambina da sola. L’introspezione sui personaggi è interessante e mai banale e lo stile, come già detto, è molto piacevola.
Gli altri racconti sono tutti ben scritti senza però essere eccezionali. Forse quello che mi ha colpito di meno (e annoiata di più) è Emerald City, ma è solo una questione di gusto.
In generale i racconti hanno delle ottime basi che, con esercizio e qualche anno per maturare ancora, avrebbero potuto renderla una scrittrice interessante.
Non-fiction

Non mi è ancora chiaro cosa siano questi testi: saggi scolastici? Articoli di giornale? Pagine di un blog? Temi?
Non mi è neppure chiaro se la scrittrice avrebbe voluto vederli pubblicati in un libro o se sono stati infilati dentro per fare numero. Ma hanno un fondamentale difetto che li rende insopportabili: l’ego dell’autrice che straripa da ogni parola.
Anche quando il testo tratta argomenti di interesse comune si finisce sempre per parlare dell’autrice. In uno dei testi, Stability in Motion, Marina racconta della propria macchina e di quanto ci fosse legata. In un altro, Why We Care about Whale, parla del perché ci interessa tanto il destino delle balene ma, dopo una carrellata di dati, si finisce a parlare della sua esperienza personale e di un episodio in cui ha assistito allo spiaggiamento di alcune balene. E così via.
L’unico testo in cui non parla di sé, I Kill for Money, è così incomprensibile che ho capito di cosa parlava solo verso la fine.
La sensazione generale è non capire cosa ci si debba aspettare né quale sia l’intento dei testi: far riflettere? Informare? Raccontare una storia?
Mistero.
Il libro è ciò che ci si aspetta: un monumento, un modo per far rimanere la memoria di Marina Keegan e forse esaudire un suo desiderio, sebbene postumo.
Ma varrebbe la pena di leggere il libro se l’autrice non fosse morta così giovane?
Sì e no. Il discorso vale la pena. I racconti, sebbene non siano indimenticabili, sono al livello di molti libri pubblicati. La non-fiction può essere saltata in tronco.
Leggendo il libro non ho potuto fare a meno di pensare a ciò che avrebbe potuto scrivere, a cosa sarebbe diventata se non fosse morta. Se sarebbe diventata una grande scrittrice, o una brava giornalista o un’insegnate, oppure se sarebbe finita a lavorare in un ufficio grigio per il resto dei suoi giorni.
Mi piace credere che non sarebbe finita così, che i colori brillanti della copertina del libro siano uno specchio di come sarebbe stato il suo futuro e che, avendo qualche anno in più a disposizione, avrebbe potuto raccogliere e riordinare i suoi racconti e farli leggere al mondo.
Forse mi sarei imbattuta ugualmente in un suo libro. Forse mi sarebbe piaciuto davvero.

Irene

martedì 1 settembre 2015

L'arte del raccontare a tinte pastello - "I giovani" J.D. Salinger

JD Salinger, I giovani, il Saggiatore, 2015


L'anno scorso, approfittando degli sconti alla Feltrinelli, comprai il cofanetto delle opere complete di Salinger. Inutile dire che andò finito entro un mese.
Poco dopo averlo finito lessi sul giornale che dal 2015 al 2020 sarebbero usciti cinque libri inediti di Salinger – uno all'anno – e potete immaginare la mia gioia.


Ecco, la mia gioia si è dimezzata quando ho visto le dimensioni del primo volume in rapporto al prezzo. Sarò la centesima persona a dirlo, ma 12€ per 68 pagine sono davvero troppi, nonostante la postfazione di Giorgio Vasta (che è l'equivalente della fetta di torta a fine pasto). Ma grazie a dio esistono quei luoghi fatati chiamati “biblioteche” che dispensano libri gratuitamente.

Ma parliamo dei tre racconti contenuti nel libro. Il più bello è senza dubbio il primo, quello poi che dà il titolo alla raccolta (I giovani, per l'appunto).

Leggendo il racconto, fin dalle prime righe, mi aspettavo qualcosa. Forse per il titolo, forse per l'ambientazione, mi aspettavo che nel racconto sarebbe accaduto un evento particolarmente incisivo: un litigio, una dichiarazione, una rissa... qualcosa, insomma.

Alla terza pagina, Edna – la protagonista del racconto – dice:


Ma la festa è ancora giovane!” disse Edna. “E' il clou della serata.”

Il che?”

Il clou della serata. Cioè è ancora presto.”


Ed è quello che pensi leggendo: siamo solo a pagina tre e non è ancora successo nulla di entusiasmante. Edna e Bill stanno parlando senza effettivamente dirsi niente, ma qualcosa accadrà, no? Sono giovani, sono ad una festa, dovrebbero avere il fuoco nelle vene.

Ma niente. Andando avanti le aspettative continuano ad essere deluse, fino al finale, quando la protagonista si ritira – sconfitta e umiliata silenziosamente da una ragazza più bella e più interessante.

Esattamente come noi lettori, Edna rimane delusa dalla serata ed è come se questa delusione colasse, trasudasse dalle parole del racconto.

I giovani non parla di grandi gioie o grandi dolori, non parla di eroi o malvagi. Parla della noia, delle convenzioni sociali, di una ragazza che cerca di rendersi interessante agli occhi di uno sconosciuto mentre questo cerca di scrollarsela di dosso senza avere il coraggio di dirgli apertamente “non mi interessi”.

I giovani parla di aspettative deluse, di una festa che sembra essere sul punto di scoppiare da un momento all'altro ma che in realtà non porta da nessuna parte e che ci riporta a casa amareggiati e forse ci toglie una notte di sonno.

Ed è questa la genialità di questo racconto: il fatto che non accada nulla, ma che le emozioni dei personaggi (il disagio, la vergogna, il fastidio) siano ugualmente trasmesse al lettore in tutta la loro forza. E' come guardare un dipinto a tinte pastello e, quando chiudi gli occhi, vedere ancora i colori impressi nella retina.

E’ forse questo il talento di Salinger: dare voce ai protagonisti che non sono eroi, dare forma alle emozioni trascurate.


Il secondo racconto è forse quello che mi è piaciuto di meno.
Il racconto è – essenzialmente – il dialogo tra una donna e suo fratello. Da una parte abbiamo lui che impone, minaccia, sbraita e ricorre alle mani per far valere le proprie ragioni, nel perfetto stereotipo di maschio alfa che deve farsi rispettare, che comanda a bacchetta le donne della sua famiglia.

Dall’altra parte abbiamo la sorella che attua le strategie che invece vengono insegnate alle bambine: sviare l'argomento, girarci intorno, prendere tempo. In Va' da Eddie, Helen non smette un secondo di muovere le mani, di agghindarsi, di distrarre il fratello con discorsi secondari, con frasi di circostanza che servono solo ad allontanare l'altro interlocutore dal suo scopo.

Nella postfazione, Giorgio Vasta parla dell'importanza del linguaggio in Salinger, del potere della conversazione, di quanto uno scambio di battute possa essere caratteristico di due personaggi e anche questo racconto ne è un perfetto esempio.


Il terzo racconto, Una volta a settimana, vede protagonisti una giovane coppia di sposi. Lui sta per partire per la guerra e si vuole assicurare che la giovane moglie non trascuri l'anziana zia e che la porti al cinema una volta a settimana.

L’attenzione per i dettagli, il modo in cui Salinger ci fa capire la relazione di questa giovane coppia che forse cammina ancora sulle uova, o che non è mai riuscita a trovare la complicità che dovrebbe esserci tra marito e moglie, è secondo me perfettamente esplicata in questa frase:


«Non eri obbligata ad alzarti» le disse.

«Infatti era quello che volevo...»

Erano passati tre anni e non aveva ancora smesso di parlargli in corsivo.

«...non alzarmi!» gli disse.


La seconda parte del racconto vede la conversazione tra il giovane e la zia. Anche qui, il dialogo non porta da nessuna parte, forse perché una metà della conversazione non vuole accettare ciò che l'altra metà le sta dicendo e il tutto si conclude con una usuale amarezza di fondo e una foto strappata in otto e gettata nel cestino.


Sulla postfazione non c'è nulla da dire. Va letta perché da sola vale metà del libro e presenta spunti di riflessione per tutte le opere di Salinger e mi ha aiutato a comprendere meglio la genialità del primo racconto.


In definitiva, sarò la millesima persona a dirlo: leggete il libro, ma non compratelo. Forse prima o poi si degneranno di fare un'edizione economica o un angelo del cielo me ne farà trovare una copia fallata in un mercatino dell'usato. Fino ad allora, esistono le biblioteche: usatele! E con quei 12€ andate a mangiare fuori con gli amici.


Irene