Tutto quello che posso dirti, Emile, è questo: mi sembra che anche se si desidera morire, uccidersi sia una prova spaventosa. Ho letto la testimonianza di un paracadutista: diceva che è il secondo salto nel vuoto quello che terrorizza di più.
Amelie Nothomb, Le Catilinarie, Voland, 1998
Ho preso questo libro perché adoro l'età repubblicana dell’antica Roma e volevo leggere un libro della Nothomb.
Non ho neppure letto la trama o qualche riga, l'ho preso dallo scaffale della biblioteca e sono tornata a casa.
Inutile dirlo: non parlava dell'antica Roma.
La trama è basilare: una coppia di anziani si trasferisce in campagna per vivere ciò che gli resta in tranquillità. La loro unica possibile interazione è col vicino, un medico in pensione, che si rivela essere la persona più sgradevole sulla faccia della terra. Si presenta a casa loro ogni pomeriggio dalle quattro alle sei – puntuale come una radiosveglia – e parla a monosillabi, uccidendo qualsiasi tentativo di conversazione. Ma il caratteraccio dell’ostile vicino è dovuto ad un segreto. Un grosso segreto che si cela nella sua casa.
No, non immaginatevi un horror, un thriller o un libro d'azione. Il libro rispetta in modo preciso il titolo: è un'esposizione della sapiente retorica del protagonista, il vecchio professore di latino in pensione, che descrive in modo aulico e per questo motivo assolutamente spassoso, la disavventura intrapresa col vicino.
Il modo in cui descrive le azioni del vicino – e della consorte – li fanno sembrare dei personaggi mitologici: lui un despota da detronizzare e sconfiggere a suon di retorica, lei una creatura sventurata condannata dal destino.
In tutto ciò è affiancato dalla moglie che, da brava matrona romana, appoggia e sostiene il marito nel momento della difficoltà. Eppure anche lei riesce a guadagnare il proprio spessore grazie ai motivi di disaccordo col marito. Benché sia descritta come una donna fragile, così piccola e magra da sembrare una statuina di porcellana, rivela un carattere capace di far testa a quello delmarito.
Il bello di questo libro non è la trama – e forse neppure i personaggi, che appaiono come maschere teatrali, finalizzati solo allo svolgersi dell'azione comica.
La genialità del libro è appunto la retorica, il modo in cui il protagonista si auto incorona successore dell'arpinate – autore con cui sicuramente aveva tormentato i suoi allievi al liceo – e come fa sfoggio di termini esageratamente ricercati per creare un contrasto con scene che banalmente avrebbero potuto essere descritte in poche parole – ma senza ottenere l'effetto analogo.
Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? sembra sempre sul punto di dire il protagonista, motivo per cui - suppongo - l’autrice abbia scelto un titolo tanto singolare.
E tuttavia, tra una gag e l'altra, abbiamo modo di entrare nella psiche del protagonista. La sua voce interiore lo mette a nudo e nel corso del libro impara lui stesso a riconoscere le proprie debolezze e di alcune arriva a provarne vergogna.
Il protagonista non ci viene presentato come un santo: il modo in cui si riferisce mentalmente alla moglie del dottore è quanto mai sbagliato, i pensieri che gli passano per la testa, le azioni che compie lo rendono tutt'altro che un personaggio perfetto, o un uomo dall'animo elevato.
Se il libro comincia come teatrino comico agreste, prosegue infittendo l'indagine psicologica di un uomo che si rende conto di non avere più niente, di aver studiato tutta la vita i grandi oratori ma di essere solo un omuncolo terrorizzato da un vicino impiccione.
E dalle parole si passa ai fatti. I pensieri del protagonista si trasformano in azioni e tutto il percorso psicologico porta all’unico finale logico, perfetto coronamento della decadenza del professore.
Le Catilinarie non è esattamente un romanzo appassionante, non è il tipo di libro che leggerei per rilassarmi e non pensare agli esami universitari (eh-emh), tuttaviase si è pronti a dedicargli un minimo di attenzione, si può rivelare una lettura quantomai originale che sicuramente lascia riflettere.
Irene

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